Livorno, 11 ottobre 2017 - Sarebbero passati anche dal porto di Livorno i rifiuti che una presunta "cupola" del riciclaggio avrebbe spedito dall'Italia in Oriente affinché fossero illecitamente smaltiti. Aggirando in questo modo la legge e guadagnando proprio sullo smaltimento irregolare. Un giro d'affari da 46 milioni di euro. È stata la Guardia Costiera a scoprire il traffico illecito con un'indagine, coordinata dalla Dda di Roma, che ha portato all'arresto di sette persone tra titolari, amministrativi e tecnici di due aziende specializzate proprio nel trattamento di rifiuti e al sequestro di beni per una decina di milioni. Vari i porti da cui sarebbero partite le navi con i carichi di rifiuti: tra questi anche Livorno e La Spezia.

Vari gli oggetti che venivano spediti: parti di frigorifero, soprattutto i compressori, e motori di treni. Rifiuti che devono essere trattati secondo strette norme ambientali, che sarebbero state puntualmente aggirate. Nello scalo labronico dunque si sarebbero organizzati i carichi. Che raggiungevano principalmente Cina, India, Pakistan e Corea

L'inchiesta è partita all'inizio del 2016 da un'attività ambientale di routine ma, allo stesso tempo molto specialistica: il controllo delle acque e dei trasporti via mare a tutela dell'ambiente marittimo. E proprio indagando sui trasporti gli uomini della Guardia Costiera si sono imbattuti in due società - la Tmr di Castiglione in Teverina, in provincia di Viterbo, e la 'Alluminio Frantumati', di Orvieto - che effettuavano una serie di movimentazioni sospette. Se, infatti, i porti di destinazione erano sempre gli stessi, quelli di partenza variavano di volta in volta: da Livorno alla Spezia, da Genova a Ravenna fino a Civitavecchia. Ascoltando le telefonate, gli investigatori hanno scoperto che si trattava di una scelta fatta proprio per sviare le indagini. Movimenti che sono serviti a poco visto che, grazie ai sistemi di videosorveglianza, si è riusciti a documentare tutti gli spostamenti dei dei camion carichi di rifiuti.