Livorno, 10 settembre 2018 - «Quando mi sono trovata a dover preparare le lettere di licenziamento per i miei dipendenti, in modo da permettere loro di riscuotere la disoccupazione, ho avuto un malore. Per me la notte dell’alluvione è indimenticabile, ho visto la morte in faccia. Il trauma che ne è seguito è stato fortissimo».

Vanessa Carletti, 44 anni, è il volto simbolo delle imprese alluvionate, dello slancio che serve per rialzarsi in piedi e ricominciare a camminare dopo tanto dolore. La sua attività però, il ristorante ‘La Terrazza’ in piazza delle Carrozze a Montenero, con una storia imprenditoriale lunga 27 anni alle spalle, non ce l’ha fatta a uscire dall’incubo.

«Ricordo che franarono le mura mentre ero dentro al primo piano e scappai sul tetto – dice la Carletti – Quel ristorante era la mia casa e le persone che lavoravano con me una famiglia. Avevo dieci dipendenti, è stata dura realizzare che non c’erano possibilità di salvezza per il ristorante e che avremmo chiuso per non riaprire mai. A un anno dal disastro non ho avuto nulla dallo Stato o dalla Regione, mi resta solo il meraviglioso ricordo del mare di solidarietà ricevuto dalla gente comune. Dopo due giorni da quella notte, il locale di era riempito di facce conosciute e sconosciute, sporche di fango per spalare e liberare le stanze. Ho i brividi mentre ripenso a quegli attimi».

La vita di Vanessa Carletti ha avuto un violento black out, riprendersi dallo shock non è stato facile. «Vedere il lavoro di una vita che svanisce non è facile, era stata la mia mamma ad aprire quel ristorante, poi l’ho rilevato con la mia famiglia – prosegue – Avevo dieci dipendenti, due di loro sono con me a lavorare per la stagione al ristorante del Bagno Maroccone. Una ripartenza difficile, dopo la crisi anche psicologica del momento».

I ricordi si intrecciano molto fitti con la storia personale e di famiglia, impossibile scinderli. «Lo scorso giugno il ristorante ‘La Terrazza’ ha ricevuto anche il certificato di eccellenza per il 2017, il secondo di seguito. Lo dedico a mia madre, che purtroppo non è più al mio fianco. Passo dalla piazza a volte la sera, quando torno a casa dal lavoro – prosegue la Carletti – Lo guardo, vedo l’ingresso e il portone: mi fa tanto male al cuore vederlo abbandonato. Avevo il sogno di riaprirlo, ma per adesso ho avuto l’urgenza e l’esigenza di avere delle sicurezze. Risarcimenti per le imprese? Sono state privilegiate le famiglie, ma dietro la nostra insegna c’era eccome una famiglia. Non certo una ditta di cento dipendenti. Provo gioia per quelle attività del quartiere che ripartono, so cosa si prova. Per me lo scalino più grande è stato quello di ripartire, a livello personale e anche psicologico. Una bella sfida, che ancora non è finita. Ma a me le sfide piacciono, vediamo questa dove porta».