Livorno, 10 settembre 2018 - Eppure, la sera prima della tragedia aveva sì piovuto, ma poi l'acqua dal cielo si era fermata verso le una. La sera di sabato 9 settembre 2017 c'erano state sì delle precipitazioni. Era stata sì diramata un'allerta arancione. Ma i livornesi non avrebbero mai pensato, qualche ora dopo, di vedere la loro città violentata dal fango. Di dover piangere dei morti. Eppure è questo che è accaduto, in una notte che nessuno dimenticherà. La notte dell'alluvione di Livorno, tra sabato 9 e domenica 10 settembre 2017.

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La notte e l'alba di un anno fa esatto. L'alba di un risveglio tragico, fatto di strade allagate, di sirene e di soccorsi, di pale e stivali che tutti, chi più chi meno, hanno indossato nelle zone sconvolte dall'alluvione. Sconvolte dall'acqua, scesa dalle colline per quella maledetta perturbazione che si è fermata sopra la città. E che non se n'è andata, continuando a riversare pioggia. Pioggia che ha ingrossato i corsi d'acqua, che hanno rotto gli argini, che hanno portato morte e distruzione. Ardenza, Montenero, Collinaia: la zona sud è quella che ha pagato il tributo più grande in termini di vite e danni. (Leggi l'intervista al sindaco: "Un trauma enorme e indelebile").

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Sono solo le 8.30 di domenica 10 settembre e la città piange già da ore. Piange in viale Nazario Sauro, dove sono morte quattro persone, intrappolate nella loro casa travolta dal fango. Simone Ramacciotti, 37 anni, la moglie Glenda Garzelli, 36 e il piccolo Filippo, 4 anni. Con loro muore anche il nonno, Roberto, che è riuscito a salvare la piccola Camilla, l'altra figlia della coppia, che si salva. Intorno alla casa decine di persone incredule, sconvolte. A loro, la notizia di cosa è accaduto è già arrivata. Si piange e si guarda oltre il muro da dove si vede il giardino e l'appartamento seminterrato

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E' quasi impossibile riuscire a immaginare la quantità d'acqua che si è riversata in quella zona. E' stato il Rio Maggiore a esondare, a sfondare tutto, a riversare acqua e fango fino alla chiesa di San Jacopo. La folla davanti alla casa aumenta, qualcuno torna a casa per rispettare quello che le autorità dicono fin dalle prime ore: non intralciate i soccorsi, non scendete in strada. A monte della casa della tragedia, cinquecento metri più su, il Rio Maggiore è entrato nel cimitero di Ardenza. Ha abbattuto i muri, distrutto tombe. Camminando in quella mattina tragica si vede la croce di una tomba portata dall'acqua fino in via Cattaneo.

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E se il Rio Maggiore uccide una famiglia, non ha pietà il Rio Ardenza, che non lascia scampo a un settantenne, Raimondo Frattali, in via della Fontanella. Poco più su, in via Sant'Alò, muore Roberto Vestuti, 74 anni. La storia che commuove tutti è quella di due giovani sposi, Filippo Meschini e Martina Bechini. La loro casa in via Garzelli, traversa di via di Popogna, si trova fra le due strade in cui sono morti Raimondo e Roberto.

Quella notte il fango travolge anche la giovane coppia. L'acqua entra nella loro casa e li sputa fuori. I due si aggrappano con tutte le loro forze a quello che riescono a trovare. Filippo la tiene fin quando le forze cedono e Martina viene trascinata via. Sarà ritrovata dopo due giorni, martedì 12 settembre, ai Tre Ponti, proprio alla foce del Rio Ardenza. Il fiume l'aveva portata fin lì. La porta di casa della coppia, con i loro nomi scritti sul legno, viene ritrovata in un campo. L'acqua ha travolto i loro sogni e le loro cose.

Un momento della Via Crucis (Foto Novi)

Ai Tre Ponti, diventati il luogo di una processione tragica, viene trovato il corpo dell'ottava vittima, Gianfranco Tampucci

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Rio Maggiore, Rio Ardenza: quanti di noi hanno riscoperto questi corsi d'acqua poco più che ruscelli. Quanti di noi nelle ore dopo la tragedia hanno guardato le cartine per vedere il percorso di quei fiumi dalle colline al mare, per cercare di capire. Rio Maggiore e Rio Ardenza, che scorrono a non più di un chilometro e mezzo l'uno dall'altro, hanno stretto in una morsa la città. 

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Ma non c'è tempo per pensare alla città ferita, a luoghi che vedi ogni giorno e che in quell'alba sono distrutti dal fango. Livorno scopre una volta di più che la sua capacità di reazione alle tragedie è istantanea. Tanta gente si mette a disposizione per spalare, mentre arrivano in città uomini del sistema della Protezione Civile da tutta la Toscana. Instancabile il lavoro delle società di volontariato, dei vigili del fuoco, delle forze dell'ordine. 

Nascono in queste ore disperate i bimbi motosi: la "mota" è il fango, detto in gergo livornese. I bimbi motosi sono tanti ragazzi che offrono le loro braccia per liberare le case dal fango. Per otto persone che non ci sono più, ce ne sono migliaia di altre che si sono salvate ma non hanno più un posto dove stare. Entrare in quelle case devastate stringe il cuore: non c'è più niente, televisori, elettrodomestici, mobili.

Anche le mura sono diventate marroni. Come nella parte bassa di via di Montenero, la prosecuzione di piazza delle Carrozze. Qui l'acqua è arrivata come un tuono da quello che fino a poco tempo prima era solo un ruscello in parte tombato. Che è uscito e ha devastato tutto, anche la stazioncina della funicolare che porta a Montenero Alto

Ci si aiuta tra vicini. Si accetta la situazione, combattendo per tornare il più possibile velocemente alla normalità. C'è questo senso di fatalità e voglia di non arrendersi in via Pacinotti, proprio di fronte alla Rotonda. Il Rio Ardenza scorre proprio parallelo alla strada. Le case si affacciano sulle rive. I giardini sono devastati dalla piena. Tanta gente è rimasta intrappolata al primo piano. I soccorritori accedono dai passi carrabili della strada per addentrarsi nei condomini.

Vicino ai garage, le auto sono state ammassate dalla piena. Ci si organizza per la notte: si smistano soprattutto i bambini, per permettere loro di proseguire una vita simil-normale. Chi va da un amico, chi dalla zia in una zona della città non toccata dal fango. 

Furono giorni confusi, in cui la città era divisa in più parti: quella che non fu toccata dall'alluvione e che ebbe disagi solo momentanei. E quella distrutta. Partirono le inchieste e le indagini. La domanda che continua a girare nella testa della città, al di là dei 33 milioni di euro di danni per i cittadini ai 26 milioni di danni per le imprese resterà una: si potevano salvare gli otto livornesi? L'inchiesta aperta chiarirà questo aspetto. Per dare pace in qualche modo ai livornesi, per mettere un primo punto fermo su una tragedia i cui incubi ancora oggi inseguono la città.