Il vescovo di Livorno, Simone Giusti (Foto Novi)
Il vescovo di Livorno, Simone Giusti (Foto Novi)

Livorno, 1 maggio 2021 - «Nessuno deve perdere lavoro per il coronavirus". Il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, stamani alle 11 celebrerà la messa del Primo Maggio nella chiesa di San Giuseppe in piazza Due Giugno.

"Dobbiamo affrontare i nodi al pettine, occore creatività e inventiva. Occorre una coesione tra imprenditori, banche per una solidarietà del lavoro. La diocesi sostiene la lobby per i poveri, e per la casa. Ci faremo protagonisti del dibattito sociale per far nascere idee e volontà per la risoluzione dei problemi territoriali tra i quali la Raffineria Eni, l’Interporto, il Porto e la Darsena Europa, i Bacini, la sanità e il nuovo Ospedale. Incrementeremo la collaborazione con le amministrazioni comunali per l’emergenza abitativa".

La Caritas cerca nuovi appartamenti da mettere a disposizione dell’emergenza abitativa, poi i servizi sociali ci indicano le persone bisognose.

Il vescovo parla spesso di lavoro e occupazione, ma c’è chi mugugna perché la maggior parte degli appalti della diocesi porta la firma di aziende pisane, di Cascine di Buti. Il vescovo raccoglie la critica e rilancia: "Tutti gli appalti sono curati ufficio diretto da Valentina Cappedè. Noi chiediamo sempre tre preventivi, all’apertura delle buste viene fatto un verbale e ovviamente viene scelta l’offerta per noi più vantaggiosa...".

I livornesi dunque non sono competitivi, forse troppo cari rispetto alle ditte pisane? "Alcune ditte come Abate e Quintavalle lavorano da tempo con noi. Bisogna saper capire gli appalti. Tante ditte l’hanno capito al volo perchè la curia è un cliente solvibile. Non c’è, nel nostro caso, il rischio di impresa che vale un buon 20% e quindi si possono abbassare un po’ anche i prezzi". Tra l’altro, sottolinea con una punta di orgoglio il vescovo Giusti, le ditte che lavorano per la curia vengono anche affiliate: "E sia chiaro – aggiunge – non accettiamo varianti noi lavoriamo a progetto. Anche per questo molte aziende fanno un passo indietro, guadagnano sulle varianti e i costi aumentano. I nostri lavori vengono sostenuti per un 70% dalla Cei ma il restante 30% è a carico della parrocchia e se questa i soldi non ce li ha devo intervenire io".

Dunque patti chiari: il vescovo Giusti, da buon architetto, sa bene come si fanno i lavori e detta regole ben precise. Le aziende livornesi hanno un bel po’ di strada da fare per sbaragliare i concorrenti pisani, si rimbocchino le maniche se vogliono lavorare con il pastore della chiesa livornese. Tra l’altro i lavori sono numerosi, oltre alle ristrutturazioni di appartamenti, la diocesi si prende cura del patrimonio artistico e culturale. Ora la priorità è la Chiesa San Pietro e Paolo: cadono tutti i tetti. Cantieri aperti.

Michela Berti