Luciano Zazzeri (foto dal sito del ristorante 'La Pineta')
Luciano Zazzeri (foto dal sito del ristorante 'La Pineta')

Marina di Bibbona (Livorno), 19 marzo 2019 - Se l’è portato via il male peggiore, l’oscuro male di vivere. Non l’avresti sospettato, malgrado uno strano velo di malinconia malcelato nello sguardo umile e buono. Luciano Zazzeri, il pescacciatore di Marina di Bibbona, ha scelto il buio freddo di un garage per un addio lacerante, deflagrato come una bomba atomica in quel particolare, ossessionante Barnum mediatico che è lo star system del cibo.

Lui che pure star lo era suo malgrado, e più nell’affetto di migliaia e migliaia di clienti – anche vip, certo, e tanti – che sotto la luce dei riflettori. Già, le vetrine. Gli chef, star acclamate e adulate e vezzeggiate. Sempre davanti a una telecamera. La corsa alle stelle alle forchette ai capelli ai punteggi. Le comparsate, i cooking show, e poi la tensione, i conti, il personale da gestire.

Una macchina infernale, dietro la facciata rutilante. «È il mestiere più bello del mondo, ma se non gira è un incubo». Parole di Antonino Cannavacciuolo. «La vita del cuoco non è quella che vedete in tv», scrisse una volta un cuoco-manager bolognese in lettera aperta ai tanti ragazzi che affollano gli istituti alberghieri, ormai son quasi più degli aspiranti calciatori A. Ho letto un bel post, ieri su Facebook, autore Leonardo Ciomei, appassionato gourmet nel giro di quel web Barnum. Dice: «Noi avventori, clienti, amici, vediamo sempre il lato bello della (alta) ristorazione. Ottimo cibo, servizio attento, simpatia del patron e dello chef, i premi, i cooking-show, le guide, le ribalte, le discussioni su FB, Masterchef e affini. Quello che non vediamo (o a volte NON vogliamo vedere) sono i mille problemi giornalieri: il personale, le banche, le forniture, lo stress per migliorare sempre. Oltre a questi poi c’è sempre una vita privata e una famiglia alle spalle e quindi la salute, i figli, i genitori, il mutuo». Aria fritta? retorica? luoghi comuni? Può essere. Ma in un giorno come questo dove noi tutti siamo più soli per l’addio a una brava persona un pensiero ce lo farei».

Ecco. Come la spieghi, sennò, questa sorta di epidemia di suicidi? Come non ricordare, negli ultimi vent’anni, Franco Colombani e Sauro Brunicardi, il molecolare Homaro Cantu e Pierre Millia, Pierre Jaubert e poi Bernard Loiseau angosciato per la prospettiva di un declassamento sulla Michelin e il franco-svizzero Bénoit Volier. L’ultimo era stato Anthony Bourdain, che pure nel suo Kitchen Confidential aveva scritto: «La vita da cuoco è sempre stata una lunga storia d’amore, con momenti sia sublimi sia ridicoli». Sublimi, come da Luciano, prendi l’indimenticabile spaghettino ai polpi novelli. «Si va dallo Zazzeri», quante volte ce lo siamo ripetuti con gli amici gourmet, appassionati di quella cucina semplice e rigorosa ma ingegnosa offerta mai con l’arroganza della star, ma sempre con l’umiltà di chi il solito «ti è piaciuto?» te lo chiede solo con gli occhi. Appassionati della baracca – lui la chiamava così – protesa sulle onde, quante volte le abbiamo sentite là sotto quasi a volerti spazzare via. Addio Luciano, cuciniere di triglie e inventore di quel suo particolare cacciucco che ha riavvicinato un piatto difficilissimo anche ai giovani. Davanti al suo mare. Che cosa vi dite? Gli chiesi nell’ultima intervista. «Gli dico tanto. Lo guardo tanto. Mi fanno: non ti è venuto ancora a noia? Rispondo: scherzi? Se ti girano, basta aprire la finestra. è la mia riserva di buonumore, di tranquillità, per sapere affrontare la vita perché in mare ti devi arrangiare». E come fai, allora, a crederci. Eppure.