Marco Mandolini
Marco Mandolini

Livorno, 22 marzo 2021 - Casella postale 02202143 nella sede delle poste di Villa Musone/Loreto: non è una casella postale come le altre, dove si può recapitare posta del cuore, ma l’ultimo tentativo della famiglia di Marco Mandolini di arrivare alla verità. L’incursore del Col Moschin, capo della sicurezza del generale Bruno Loi nella missione in Somalia dell’inizio degli anni Novanta, fu ucciso il 13 giugno del 1995 sugli scogli del Romito, alle porte di Livorno. Un giallo che dura ormai da 26 anni, una morte senza colpevoli alla quale la famiglia di Marco Mandolini non si rassegna anche ora che la Procura ha avanzato richiesta di archiviazione alla terza indagine. Richiesta avanzata, in sintesi, per il mancato riscontro di ulteriori elementi oggettivi rispetto alle piste percorse per individuare chi ha ucciso il militare della Folgore.

Il criminologo Federico Carbone con il legale Dino Latini hanno fatto opposizione e hanno fatto richiesta di accesso agli atti. Le iniziative della famiglia per arrivare alla verità sul movente e sull’autore dell’omicidio non si fermano ed è per questo che è stata aperta la cas postale. "Noi non ci arrendiamo e vogliamo conoscere la verità. Siamo consapevoli che qualcuno può sapere qualcosa che potrebbe rappresentare un tassello importante. La casella postale può in modo assolutamente anonimo essere utilizzata da chi sa e magari ha timore di uscire allo scoperto. Chiunque voglia lasciare anche solo un ricordo, una testimonianza, un messaggio, un elemento utile potra utilizzare la casella postale", ci racconta Marco Mandolini.

Marco Mandolini è il nipote dell’incursore: quando lo zio è stato ucciso aveva 10 mesi, ha bellissimi ricordi di quando lo prendeva in braccio. "La morte di zio Marco non può restare senza colpevoli. Noi vogliamo arrivare alla verità e vogliamo in qualche modo avere giustizia" dice con convinzione e con tutta la famiglia è in prima linea per arrivare alla verità".

Maria Nudi