L’inchiesta  fu condotta nel novembre del 2014 dai comandi provinciali delle Finanza e dei carabinieri di Livorno
L’inchiesta fu condotta nel novembre del 2014 dai comandi provinciali delle Finanza e dei carabinieri di Livorno

Livorno, 13 aprile 2018 – Dodici anni di reclusione: questa la condanna arrivata ieri per l’immobiliarista Michelangelo Fedele, 73 anni, a 12 anni di reclusione per il reato di usura nell’ambito dell’inchiesta «Real Estate - Mike», avviata nel novembre del 2014 dai comandi provinciali delle Fiamme Gialle e dei carabinieri di Livorno.

Michelangelo Fedele, calabrese, classe 1945, era finito sotto la lente investigativa diretta dalla Procura (procuratore capo consigliere Ettore Squillace Greco e pm Massimo Mannucci) per i reati di usura. Più volte tratto in arresto e indagato in numerosi procedimenti penali, sia in Italia che nella Repubblica di San Marino (anche per associazione a delinquere, usura, ricettazione, riciclaggio, violazione di domicilio, minaccia, lesioni personali, molestia e disturbo alle persone), era stato condannato dal Tribunale di Livorno (il 10 luglio 2015) alla pena di 4 anni per un’ipotesi di usura.

Questa ulteriore condanna è l’epilogo di un ulteriore procedimento penale avviato nel 2013 per altre fattispecie di usura, quando Fedele venne inizialmente ritenuto responsabile, in concorso con l’avvocato Carlo Catozzi di Piombino (la cui posizione è stata poi stralciata), per i reati di truffa e contraffazione di atti pubblici. Le successive intercettazioni telefoniche a carico di Fedele, dell’avvocato Catozzi e di un imprenditore, hanno fatto emergere che tra gli interlocutori dell’immobiliarista, ci sono persone che versavano in gravi difficoltà economiche, che per uscirne, si impegnavano l’unico bene a disposizione, la casa di proprietà. Gli inquirenti ritengono che Fedele si faccia promettere e poi dare per sé e per altri, interessi usurari da varie vittime, dissimulando i prestiti usurari con il versamento di caparre confirmatorie di compravendite immobiliari.

In un caso gli interessi da usura arrivavano al 22,06% e risultano corrisposti all’atto della restituzione di alcuni monili d’oro che una delle vittime aveva impegnato al Banco dei pegni di Livorno e che Fedele aveva riscattatato per suo conto, anticipando una somma di denaro e pretendendo in cambio una somma maggiorata da interessi di usura. Il tribunale di Livorno ha stabilito che l’ordinanza di custodia in carcere si rende necessaria per la «estrema pericolosità sociale di Fedele, di una capacità intimidatoria indiscussa e riconosciuta in tutta la provincia di Livorno, della capacità di controllare e manovrare avvocati, di avere stretti contatti con la criminalità organizzata e anche contatti con esponenti delle forze dell’ordine».