Giulio Rapetti Mogol
Giulio Rapetti Mogol

San Vincenzo (Livorno), 13 aprile 2018 - "Il cavallo è sempre stata una grande passione. Ho fatto 3000 chilometri a cavallo. Milano – Roma. Ma, anche Roma – Milano, con mia moglie a cavallo abbiamo fatto gli Appennini, il giro della Valle d’Aosta. Sono anche andato da Assisi fino a Roma per portare al Papa un messaggio di invito". Mogol, che negli anni 1970 cavalcò da Milano a Roma (650 km) con Lucio Battisti, sarà l’ospite d’onore del Palio della Costa Etrusca. La tre giorni organizzato dall’Asd Palio della Costa Etrusca e il Comune di San Vincenzo con il patrocinio della Regione Toscana e della Camera di Commercio Maremma e Tirreno in programma dal 13 al 15 aprile sulla spiaggia di San Vincenzo.

Giulio Rapetti, in arte Mogol venerdì 13 aprile, al Teatro Garden Club Toscana (via della Principessa, Km 15,500, San Vincenzo) apre il calendario di iniziative della dodicesima edizione della kermesse equestre con uno speciale ed inedito talk show a ingresso gratuito. Ad accompagnare i racconti del paroliere, produttore discografico e scrittore nato a Milano il 17 agosto 1936 sarà la musica di una Big Band a ripercorrere le canzoni più amate sullo sfondo del cencio del Palio (info, programmi su www.paliodellacostaetrusca.com).

Mogol, qual è il suo viaggio preferito a cavallo?

«Quello sugli Appennini, una zona poco conosciuta che vediamo di pochi centimetri sulla carta geografica, ma sono un’estensione di montagne incredibili e bellissime».

Che lei ha percorso in maniera particolare?

«Viaggiando a cavallo è un’altra vita, ti godi veramente la natura. Sarebbe bello se i giovani imparassero ad andarci. Purtroppo il problema sono spesso i cavallari ignoranti che non preparano il cavaliere a sufficienza. Li prendono, li portano fuori, questi cadono subito. Il 90% dei cavalieri smette per questo motivo. Invece bisogna usare cavalli particolarmente dressati, calmi e mossi. Altrimenti sono come delle bombe innescate».

E’ un’esperienza da fare?

«Sì, perché sei fra le braccia di un gigante, gentile, pronto agli ordini, che ci porta dove vogliamo noi. Nonostante la forza, la potenza che ha».

Ha mai scritto canzoni sui cavalli?

«No, anche se in «Impressioni di settembre» c’è un cavallo che sente un rumore e fugge, ma è un attimo».

La cavalcata con Battisti fu una scommessa?

«No, ci tenevo molto a farne una lunga con lui. Non sapeva andare a cavallo, ma ero sicuro che avrebbe imparato subito. Ed è andata così. Dopo tre giorni di preparazione siamo partiti e ha affinato la sua tecnica nel tragitto».

Un po’ come è successo con le canzoni?

«L’intesa con Lucio si è creata lavorando insieme».

Le manca un po’?

«Certamente. Un autore così importante, così bravo non può che mancarmi, come Gianni Bella. Quando non hai più la possibilità di lavorarci insieme, i grandi autori ti mancano. Come i loro sorrisi luminosi e intelligenti».

La vostra amicizia è andata via via sfilacciandosi?

«Non c’è mai stata una grande amicizia fra noi, c’era una grande stima reciproca. Era una persona molto riservata: ci vedevamo in tutto una o due volte l’anno. In una settimana di lavoro insieme creavamo i nuovi dischi. Era soprattutto un lavoro, con grande ammirazione reciproca».

Attualmente continua a portare avanti il Cet?

«E’ una scuola molto importante. Siamo stati anche in Kazakistan a formare i formatori e gli studenti dell’accademia nazionale. Per quanto riguarda il pop abbiamo formato i 60 giovani docenti di 6 conservatori, fra cui santa Cecilia e a ottobre andremo a fare lezioni in America».

Ma in 26 anni dal Cet un altro Battisti non è uscito?

«Di Battisti ce n’è stato uno solo. Un grande artista. In questo momento il nostro autore più bravo è Giuseppe Lanzardi e scrive canzoni per Arisa. E’ un nostro allievo che è diventato docente e ha grande stoffa. Oggi è tutto più difficile perché è tutto business, ma sono meno le canzoni che si cantano e che tutti conosciamo».

C’è una ricetta per tornare alle belle canzoni di un tempo?

«Basterebbe che le radio facessero le radio e i discografici e gli autori il loro mestiere. Non ci sono più canali liberi per far emergere il grande artista visto che anche le cose belle non sai più dove farle sentire. E’ un problema grosso, che ancora non è stato ben capito. I nomi famosi diventano tali perché trasmettono le loro canzoni, ma non c’è più un discorso basato sulla qualità».