Covid, omaggio alle 54 vittime
Covid, omaggio alle 54 vittime

Livorno, 31 luglio 2020 - «Babbo mi scrisse un messaggio drammatico mentre era in ospedale per chiedermi di chiamare i medici perché voleva strapparsi i tubi. Non voleva essere intubato. Non vederlo e non poterci più parlare guardandolo negli occhi è stato oltremodo doloroso. Come lo ricordo? In salute. Babbo è morto il 17 aprile. Grazie a chi è stato vicino a lui perché è stato vicino anche a noi che eravamo fuori in angoscia".

È la drammatica testimonianza, tra le lacrime, di Moira Picchi che ha perso il padre perché contagiato dal coronavirus. C’era anche lei ieri davanti alla chiesa dell’ospedale per rendere omaggio a chi non ce l’ha fatta (54 pazienti sia livornesi che di altre città) durante la pandemia. Questi i loro nomi: Ada Antonia Carolina, Adriano, Aldo, Alessio, Altero, Antonella, Antonio, Antonio, Attilio, Bruno, Claudio, Daniela, Danilo, Davide, Elia, Emo, Enzo, Franca, Franco, Gabriele, Gianpiero, Giovanna, Giovanni, Giovanni, Giuseppe, Guelfo, Guido, Ivana, Licia, Livio, Lorenzo, Marco, Maria, Maria Grazia, Maria Rosa, Mario, Mario, Michele, Nara, Natale, Natalino, Neli, Nicla, Paolo, Paolo, Piero, Roberto, Roberto, Rodolfo, Rosalba, Sergio, Sergio, Silvana e Stefano.

Don Placido, cappellano dell’ospedale, ha letto i nomi delle vittime alla fine della cerinomia culminata con la deposizione delle rose ai piedi dell’albero piantato in loro memoria. Il distacco dai cari l’hanno provato sulla loro pelle anche gli operatori sanitari, in prima linea per curare i pazienti e confortarli. Lo ha raccontato Imma Carbone infermiera della rianimazione: "All’università non ci hanno insegnano l’impatto emotivo e la fatica fisica e psicologica del combattimento contro una pandemia come questa. Sono stati giorni drammatici segnati dalla paura e dalla lontananza dei pazienti dai loro cari". Poi il pensiero alla figlia di 5 anni. "Sono stata lontana da lei cento giorni per precauzione. Quando mi ha riabbracciata è stata la cosa più bella che mi sia capitata".

Laura Crestani ha vissuto la pandemia come infermiera e come malata: "Sono stata contagiata e ho avuto bisogno del respiratore –ha testimoniato – sono stata ricoverata per un mese. Ho provato paura e sconforto, poi rabbia. Mi sono chiesta perché proprio a me?". Laura Parmigiani è stata una paziente del reparto covid. "Un infermiere per farmi sorridere mi chiamava ‘occhioni’ perché il mio sguardo disperato pareva avere ingigantito i miei occhi. È stata una guerra. Sono sopravvissuta alla guerra. Il covid mi ha insegnato ad affidarmi agli altri". L’emozione ieri ha contagiato anche il direttore di malattie infettive, il dottor Spartaco Sani. "Non ho mai vissuto una situazione del genere – ha detto – solo strada facendo abbiamo imparato ad affrontare il coronavirus. Sono profondamente cambiato, non sono più quello di prima e d esidero elogiare tutto il personale. Non siamo eroi, ma operatori del servizio sanitario pubblico che va sostenuto. Le istituzioni lo ricordino".
Monica Dolciotti