Tifosi del Livorno
Tifosi del Livorno

Livorno, 6 ottobre 2019 - La malattia di cui soffre questo Livorno è difficile da analizzare, se non si cerca dentro lo spogliatoio. La squadra gioca bene, se non addirittura benissimo, nei primi 45'. Vola sulle fasce con Marras e Marsura, si esprime con sicurezza a centrocampo con Luci e Agazzi, fa buona guardia in difesa. Segna. E i gol sono anchje di pregevole fattura. Poi però, al ritorno dal solito "tè caldo", la squadra si scioglie. Progressivamente perde anima e corpo, si disgrega, si smarrisce e sprofonda nell'autolesionismo. Come a Cosenza, quando buttò via la vittoria al 94'. O come con la Salernitana, in casa. E come con il Chievo, sabato, sempre al 'Picchi'.

Questione di gambe, forse. Questione di testa, sicuramente. Perché se smetti di correre, magari riesci a piantarti davanti ai tuoi sedici metri, tiri su una bella palizzata e butti i palloni in tribuna, pur di difenderti dall'assedio. Invece no. Peggio. Cominci a sbagliare le cose semplici (come ha fatto Di Gennaro con Meggiorini) e allora subentra la paura. Paura di cosa? Di gestire il vantaggio? Di blindare la vittoria? Di far valere la superiorità tecnica e tattica che per almeno un tempo _ ma anche di più _ ti ha fatto essere meglio del Cosenza, della Salernitana e del Chievo? Mettiamoci anche del Perugia, perché se non fosse stato per il contropiede con cui Iemmello beffò Gonnelli, quella partita non l'avremmo persa...
Qui è successo qualcosa 'nello spogliatoio'. C'è qualcosa che sta mettendo in difficoltà a vicenda Breda e i giocatori. Forse il tecnico si incaponisce in soluzioni non sempre adatte; o forse alcuni giocatori non gradiscono qualcosa nel suo metodo; o forse la verità sta nel mezzo, da una parte e dall'altra. Di sicuro, 4 punti in 7 giornate per questo Livorno sono pochi. La squadra potenzialmente vale di più, il modo in cui si esprime sempre nei primi tempi lo dimostra. Ma le partite durano 90 minuti, anzi, durano di più.

Bisogna imparare a gestire tutto il tempo a disposizione, dal primo istante all'ultimo. E' necessario, perché nel calcio non si vince alla lettura delle formazioni; si vince "quando arbitro fischia tre volte", come diceva Boskov. Questione di gambe, certo. Ma ripetiamo, questione soprattutto di testa. Questo non sarà un Livorno di fenomeni, ma neppure di brocchi. La scossa va trovata dentro: va trovata nel carattere, nella personalità, nella sicurezza che i professionisti devono darsi. Tutti. Dall'allenatore ai giocatori. E va trovata alla svelta, perché con due vittorie di fila torni a respirare, mentre con due sconfitte consecutive ti ritrovi a dibatterti nelle crisi esistenziali e di classifica. Ci vuole una sveglia. E una cura che dia costanza.