Livorno, 11 aprile 2018 -  La guardia di finanza di Livorno ha eseguito un'ordinanza restrittiva della libertà personale nei confronti di 7 persone, disposta dal gip Marco Sacquegna, nell'ambito di un'inchiesta su presunte frodi fiscali nel settore del trasporto internazionale di merci.

Complessivamente sono 40 gli indagati, si spiega in una nota, per l'emissione e l'utilizzo di fatture false per oltre 40 milioni di euro. Per 8 indagati contestata anche l'associazione a delinquere. La gdf ha inoltre sequestrato disponibilità finanziarie, immobili, denaro, auto e quote societarie per un valore di oltre tre milioni di euro. 

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Nell'ambito dell'operazione 'Olympus' sono finiti agli arresti domiciliari sette imprenditori livornesi accusati di associazione per delinquere. Sono stati sequestrati beni per oltre 3 milioni di euro su conti correnti, immobili, denaro, auto e quote societarie di 4 imprese e altrettanti indagati. I reati ipotizzati per le 40 persone coinvolte nella frode sono l'emissione e l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti.

Le indagini hanno consentito di individuare tre imprese 'cartiere', senza una effettiva capacità patrimoniale, intestate a prestanome che emettevano fatture relative ad operazioni in tutto o in parte inesistenti a favore delle imprese beneficiarie, che operavano nel settore del trasporto internazionale di merci per conto terzi, consentendo a queste una illecita detrazione dell'Iva e una parziale, anche questa indebita, deduzione di costi.

Nel corso delle indagini sono state effettuate 20 perquisizioni non solo a Livorno, ma anche a Cecina, Piombino, Udine, Milano e Marsala nel corso delle quali sono state individuate due societa' livornesi beneficiarie della frode, con un giro di falsi documenti contabili per oltre 40 milioni di euro. A capo dell'organizzazione un imprenditore livornese, amministratore di fatto delle societa' beneficiarie delle false fatturazioni.

Il sistema per frodare l'Iva era attuato attraverso una triangolazione per cui le societa' beneficiarie commissionavano a piccoli imprenditori ("padroncini" con sede in varie regioni tra cui Toscana, Calabria, Sicilia e Sardegna) l'esecuzione per loro conto di trasporti internazionali (non imponibili Iva) di prodotti destinati a Paesi esteri e consegnati per l'imbarco nei porti di Livorno e Civitavecchia, dando disposizioni affinché le relative fatture venissero emesse a favore di tre imprese 'cartiere' appositamente costituite per 'filtrare' queste transazioni commerciali. Ricevute le fatture dai padroncini, le tre societa' emettevano, a loro volta, per le stesse operazioni, nuove fatture a favore delle ditte beneficiarie della frode, indicando un imponibile gonfiato e l'addebito di Iva. L'imposta cosi' indicata veniva quindi detratta dalle societa' beneficiarie della frode ma non veniva versata all'Erario.

Il meccanismo - secondo gli inquirenti - garantiva alle imprese dell'imprenditore livornese un elevato profitto rappresentato da un fittizio credito IVA, che veniva usato per compensare i debiti tributari, oltre che la deduzione di costi gonfiati. Per il momento l'ammontare della frode e' stato quantificato in oltre 3 milioni.

 

 

 

 

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