Lgbtqia+, sfida sui diritti: la sinistra fila liscio, da destra molti “no” e qualche bella gag

Una serata scoppiettante e piena di sorprese alla sala Pamela Ognissanti per il dibattito con i candidati organizzato da Arcigay di Livorno

Un momento del dibattito

Un momento del dibattito

Livorno, 29 maggio 2024 – Sono passate da poco le 23.30. La moderatrice di serata Michela Berti, giornalista de La Nazione, ha appena dato la “buonanotte a tutti”. Di fronte alla sala Pamela Ognissanti è appena terminato il dibattito organizzato da Arcigay con i sei candidati a sindaco. Anzi, cinque. Perché il medico di Rinascita Toscana Giovanni Pezone ha dato forfait. Lungo via Gobetti si forma il più classico dei capannelli per i commenti a caldo. Ci sono pure i colonnelli del centrodestra livornese, piuttosto scuri in volto, che confabulano con il loro candidato Alessandro Guarducci. Quando qualche orecchio lungo lo avrebbe sentito dire: “Ragazzi, allora ditemi voi cosa devo dire”. In effetti sia lui che Costanza Vaccaro, la frontrunner di AP, hanno dato la sensazione di giocare in trasferta. Non proprio il loro forte il mondo Lgbtqia+. Un terreno nazionale fecondo per le sinistre (tolti i cattolici), arido per le destre.

A rompere il ghiaccio, la domanda sul centro anti-discriminazione Approdo. Come tutelarlo, come sostenerlo. E fin qui, tutti d’amore e d’accordo. Ma i primi scricchiolii arrivano sulla carriera Alias per il personale alle dipendenza del Comune. Vaccaro monta sulle giostre e porta a spasso la platea con un’arringa contro la gestazioni per altri (“La maternità non può essere mercificata”). E quando messa alle strette a fine dibattito dal pubblico che chiede una risposta ammette di non averla inserita “tra le priorità d’agenda”. Guarducci opta per la ciambella di salvataggio anagrafica: “Sono il più vecchio tra i candidati. La mia generazione non valutava questi temi meritevoli di dibattito. Risento di condizionamenti per il periodo in cui sono nato: non me la sento di promettere un impegno a favore se eletto sindaco. Anche perché manca una cornice nazionale”. I primi mugugni in sala partono, mentre Barale è netta: “Per quale motivo dovremmo negarla?”. Salvetti esce dal taschino il lanciafiamme per sparare a destra: “Mi sento a disagio a sentire certe parole. Contano i fatti, non i discorsi. E la destra in consiglio comunale ha votato contro alle tre deliberazioni più importanti della consiliatura. Di che parliamo? Il nostro programma prevede un protocollo d’intesa con gli istituti superiori proprio sulla carriera Alias”.

La serata va in crescendo: che dicono i candidati rispetto all’adozione di un linguaggio inclusivo nella documentazione comunale? Il trio a sinistra Salvetti-Barale-Cosimi si dice d’accordo e favorevole. Guarducci proprio non si esprime, perché deve tranquillizzare i presenti che i suoi alleati “non sono bestie tremende”, e che lui (da “civico”) non prova “disagio a dialogare con un mondo variegato”. Mentre Arianna Terreni (in lista con Livorno Civica), dalla terza fila gli intima di “dimostrarlo coi fatti”. Vaccaro, di nuovo, si perde nei meandri delle lotte intestine in seno al centrodestra, gridando in faccia a Stella Sorgente, seduta in prima fila, di “essere più a sinistra di Salvetti e del Pd annacquato” per aver inserito nel programma il lavoro di cittadinanza. La replica di Salvetti è servita: “Guarducci fa tanti bei discorsi su quanto sia civico, ma ricordo che nel giorno della sua presentazione gli fu strappato il microfono di mano dal senatore Lisei (FdI) per ricordare a tutti che sui diritti civili la linea da seguire è quella che traccia il partito nazionale. Mentre ricordo a Vaccaro che è la candidata di un certo Stefano Bandecchi: io una domandina a lui per sentire cosa pensa di questi temi proprio gliela farei”.

Il meglio deve ancora venire. Sulla garanzia di trascrizione degli atti di nascita di figli di famiglie omogenitoriali, per esempio. Salvetti, da sindaco uscente, si dice “fiero di averle fatte”. “Ma deve esser visto come momento di festa, e non di clandestinità per paura di un’intervento della prefettura”. Barale gli dà corda, perché “un sindaco deve andare avanti con coraggio: il legame affettivo familiare deve sempre prevalere, anche in caso di imposizioni contrarie dall’alto”. Per il ‘compagno’ Cosimi non ne parliamo: “Si tratta di un fondamentale livello di civiltà da tutelare”. Anche qui, i distinguo arrivano da destra. Guarducci si slancia in avanti per rispondere alle imbeccate di Cosimi “sull’odio che diffonde la destra”. “Io ho tanti amici omosessuali. Addirittura il mio collega Cesare è diventato vicedirettore con me”, racconta, pur di rassicurare chi dalla platea lo accusa di essere caduto nel più classico dei cliché. Ma sulla trascrizione? Niet: “Sono d’accordo con lo stop dato anche al Comune di Livorno”. Vaccaro qui va sul sicuro, ricordando (a Salvetti) la trascrizione fatta a Terni da Bandecchi per il riconoscimento di una figlia di due donne.

I fuochi d’artificio arrivano sul patrocinio comunale da concedere per il Pride. “Ora che ho capolista Di Liberti - rivendica Vaccaro -, nominato da Bandecchi responsabile nazionale del partito sui temi Lgbt, nonché possibile vicesindaco, come potrei negare il Pride? Anche se lo vorrei meno dissacrante”. “Certo che lo sosterrei da sindaca, anzi gli aspetti più dissacranti sono quelli che più preferisco”, ammette Barale. Mentre Salvetti ricorda il “Pride post Covid come uno dei giorni più belli della storia recente di Livorno”. Ci pensa Guarducci però a fare da bastian contrario: “La sua funzione è oggi sorpassata, finita. Da sindaco patrocinerò un gay pride differente: una giornata studio, di approfondimento, di film e spettacoli, di dibattiti fra intellettuali contro l’odio e la violenza”. In sala si respira un mix di incredulità e grasse risate. Ma il dulcis in fundo è servito dalle domande extra dal pubblico. Guarducci le sfrutta per prendere le distanze dalla Lega che candida il generale Vannacci (“Le cose che dice non mi convincono”). Quella per Vaccaro, si rivela una mezza gag. Una giovane studentessa del collettivo Scuola di Carta le chiede se è convinta di poter coesistere con quel Bandecchi passato alle cronache per le frasi sui fondoschiena delle donne. “Con me la vedo dura, visto che porto sempre le giacche lunghe”, la risposta. Da apoteosi.

Francesco Ingardia